L'albero del desiderio

Di alberi di Natale è pieno il mondo. Colorati, luminosi, scintillanti, tradizionali o tecnologici, naturali o ecologici- in realtà sono di plastica-, ma quello di Tufillo è davvero speciale.
Tufillo, seicento abitanti, si affaccia, per chi non lo sapesse, da uno sperone di roccia, sulla valle Trignina e da quella terrazza, a cinquecentosessantasette metri di altezza, che a Monte Farano supera i settecento, guarda le terre del Molise, dalla Madonna del Canneto a Trivento, da Agnone a Pietrabbondante.Uno sguardo che si stende, forse incosapevolmente - ma quando mai gli archetipi viaggiano per consapevolezze e ragioni? - senza confini di spazio e di tempo
Come nei paesi circostanti, la cultura che sostiene la vita di Tufillo è un sincretismo di sovrapposizioni, persistenze, memorie da cui riaffiorano, ora decomposti ora vitalmente modificati saperi e gesti antichi, giustificabili solo con il pensiero mitico e poetico.
Per questo, qui, l'Albero di Natale è davvero speciale. Innanzitutto perché con Natale, inteso nell'accezione più comune che si dà alla festa, c'entra poco e per secondo perché, più che nel bosco, quest'albero, come quello rappresentato in certe antiche stampe morali, affonda le radici nel recesso più segreto del cuore dell'uomo, quello dove nasce il Desiderio.
Ma prima che qualcuno si domandi cosa c'entri il Desiderio - e per di più con la maiuscola- con un albero, e come questo, benché innalzato il 24 dicembre, non sia natalizio, occorre ricondurre il discorso allo svolgimento dei fatti e raccontare quello che accade la sera della Vigilia a Tufillo.
Dalle prime ore del pomeriggio uomini, giovani e bambini cominciano a radunarsi di fronte alla chiesa di San Vito o nello spiazzo dove, un tempo, sorgeva l'ospedale di Sant'Antonio Abate. Si tratta di preparare la farchia, ovvero un tronco lungo e diritto, che può arrivare anche a venti metri, intorno al quale, mediante l'apertura di tacche, vengono inseriti altri tronchi minori, fino a formare un grosso fascio, tenuto insieme da cerchi di ferro.
Il tronco centrale, lu pedale, termina da un lato con una triforcazione che un tempo serviva a sostenere la farchia in posizione verticale, dall'altro con uno spuntone, lu palaferre, che semplifica le operazioni di trasporto e accensione.

In passato lu pedale era per lo più di querciae per i pali secondari si utilizzavano quelli che erano serviti, nella stagione precedente, a sostenere i pagliai. Anche le farchie erano di più, almeno una per ogni contrada, ma quelli erano tempi di famiglie numerose che non conoscevano lo spopolamento da emigrazione.
La preparazione della farchia è una operazione lunga e complessa che richiede esperienza e abilità.Il clima è dei più gioiosi e la fatica viene spesso alleviata da generose bevute.
Il lavoro deve essere in ogni caso concluso alle prime ore della sera, in modo da poter iniziare per tempo il trasporto, a braccia, lungo le vie principali del centro storico, tra un allegro risuonare di canti che sono massimamente, giova dirlo, carmina potatorum, tra i quali si insinua, di tanto in tanto, qualche testo tradizionale natalizio. Anche durante questa fase non c'è famiglia che, al passaggio della farchia, uscendo sull'uscio, non applauda al vigore dei trasportatori e alla perizia dei costruttori, offrendo a tutti vino e dolci che poi sono proprio quelli di Natale: torcinelli , calgionetti, biscotti di mandorle e pizzelle.
Prima che scocchi la mezzanotte i cortei fanno il loro ingresso nella piazza che si apre dinnanzi alla chiesa di Santa Giusta. Il prete benedice le farchie che, per motivi di sicurezza non vengono più innalzate, ma restano, appena sollevate da terra, in posizione orizzontale, e quindi, tra l'entusiasmo degli astanti che per l'occasione raddoppiano suoni, canti, dolci e bevute, si dà fuoco a lu palaferre.
La notte prosegue tra le funzioni religiose e la festa intorno alla farchia che continua ad ardere per due o tre giorni, fino alla completa combustione, sempre tra l'allegria dei tufillesi che si radunano intorno a tizzoni ardenti.
Alla fine di questa doverosa descrizione molti avranno le idee chiare sulle ragioni per le quali la farchia di Tufillo non sia da considerare un albero di Natale; ma i più che si chiederanno ancora cosa c'entri il Desiderio e infine di che desiderio si tratti.
La risposta alla seconda domanda è più immediata e persino propedeutica a quella dovuta alla prima: si tratta del Desiderio assoluto, naturalmente, che poi, a seconda delle prospettive, è il desiderio della Vita o dell'Amore, i quali, a ben considerare il fondamento del pensiero, sono la stessa cosa.
Resta quindi da rispondere alla prima domanda: cosa c'entri l'albero di Tufillo con il Desiderio .
Sarebbe questa una storia lunga a volerla dire tutta, e seguirebbe, in ogni caso, un percorso irrazionale come certi pensieri alla Borges, ma, proprio come quelli, è una storia di miti e immaginazioni e allora la cominciamo, sia pure in sintesi, ab ovo.
Tufillo, che ha origini italiche, sorge in una zona di antichi santuari e presenze culturali che hanno tutti per denominatore comune la figura della Grande Madre.

Su queste terre si aprivano gli orizzonti del ver sacrum e per queste erbose strade, che poi diventeranno i tratturi, passavano i giovani guidati dal toro sannita, avendo come riferimento, nella ricerca della nuova patria, i grandi santuari di Schiavi, di Quadri, di Juvanum, il recinto di Monte Pallano. Dovunque si dirigessero e ovunque si fermassero li attendeva lo sguardo generoso della De-Meter, anima della potenza generatrice.
A Fresagrandinaria una stessa stirpe votiva ha restituito le immagini fittili di Cibele e Afrodite, due aspetti fondamentali della Dea Bianca, madre della vita, e a Tufillo gli scavi hanno riportato alla luce una chiave di bronzo con la misteriosa dedica in osco che la dichiara di Herettates, ovvero della Signora del Desiderio.Una dedica che poi tanto misteriosa non è, quando la si rapporti alle due statuette votive, e in specie, almeno per assonanze iconografiche, a quella di Cibele, che la rappresentazione classica mostra seduta in trono, con la testa turrita, avente ai piedi due tigri aggiogate e recante in mano una chiave. La chiave che apre il Desiderio, appunto, del Mondo esoterico dei Misteri.
Quella Herettates, a cui la Gente di Agellum dedica la chiave, non è l'Afrodite degli amori carnali, ma una Potnia Theròn che vive tra i boschi, nei recessi della montagna, dove, al suo passaggio, gli alberi danno frutti infiniti, e della terra, spontaneamente sbocciano le erbe e i fiori; dove sgorga l'acqua e le belve, lasciate le tane, si congiungono e docilmente seguono il il corteo divino. La grande kubele, a volte simboleggiata da una pietra nera, aveva uno stretto rapporto con gli alberi, in specie con quelli a fusto alto, svettanti e sottili come il bell'Attis che si era scelto per compagno prediletto.
Più che d'Amore, questa è una storia oscura ed ambigua, oscillante tra la consacrazione e il sacrificio rituali. Il fatto che qui importa è che nel culto di Cibele l'albero ha un posto centrale.
Qualcuno dirà che le farchie incendiate, in genere, vanno riportate alla cultura celtica, e che qui a Tufillo come a Fara Filiorum Petri o a San Marco in Lamis ce le hanno portate i Longobardi. E dirà che a Tufillo i Longobardi, oltre alla farchia, hanno lasciato segni anche nella toponomastica. Dirà poi - poi di solito il contradditorio è sempre alimentato da rispettabili persone bene informate - che i fuochi celtici, al tempo del solstizio d'inverno, hanno la funzione di eliminare i resti del passato vegetativo e per questo a Tufillo intorno a lu pedale si bruciavano i pali dei pagliai.
Aggiungerà ,infine, che questi fuochi hanno la funzione magica e propedeutica di alimentare la speranza della nuova Luce. Tutto vero. Ma la speranza della Luce non è forse il Desiderio dell'Amore e della vita?
E poiché veri, almeno quanto i Longobardi, e per di più con il vantaggio di essere di mille anni prima, sono la chiave di Herettates ed il culto di Cibele, ci piace immaginare che a Tufillo, nella notte più magica dell'anno, gli uomini, come quelli delle primavere italiche accendano dal profondo del cuore l'albero del Desiderio dinnanzi al trono maestoso di una Signora delle selve, degli animali e della Vita.
E ci piace credere che tutto il resto sia solo un'aggiunta.

Maria Concetta Nicolai, con la collaborazione del Prof. Ernano Marcovecchio per D'Abruzzo

 

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