Fontana Grande

 Fontana Grande è una fontana a parete costruita nel 1761, in un concio della fontana è incisa la data di costruzione. E' stata restaurata la prima volta nel 1816, secondo un progetto del capomastro Carlo Di Fonzo. Nel corso del 2008 c'è stata una seconda restaurazione e ricostruzione. Nella foto la fontana dopo la ricostruzione del 2008.

 

FONTANA GRANDE o per antonomasia “La F’ndrana”

appunti per una storia

Il 14 gennaio 1655, “Don Carlo Bassano di Vasto, in presenza del Capitano di Tufillo Francesco Valla, del camerario e degli uomini del reggimento e del popolo prese solennemente possesso della Terra di Tufilli.” Egli aveva costituito un suo procuratore presso Vittoria Caracciolo marchesa Bonito e vedova di Gio. Angelo Pisanelli nel giugno del 1654 per concordare detta Terra al prezzo di 11.000 ducati. Le condizioni generali degli abitanti non dovevano essere molto floride. Infatti, considerato l’andamento demografico della popolazione tufillese di quel periodo, si nota un suo rapido decremento: dai 950 abitanti del 1595 essa era scesa ai 495 (la popolazione attuale!) del 1648 e via via a ridursi fino ai circa 128 del 1742. All’epoca, come testimoniano nelle rispettive visite pastorali l’Arc. Giovanni Oliva e fra’ Serafino Razzi, la prima del 1568 e la seconda del 1577, anche le condizioni degli edifici dedicati al culto erano assai precarie. Il vicario del vescovo annotava con rammarico come la maggior parte delle cappelle esistenti sul territorio tufillese andassero o chiuse o quantomeno ristrutturate. Erano per lo più abbandonate e dirute. In alcuni casi, poiché avevano dismesso da tempo le loro funzioni di luoghi di culto, erano state trasformate quasi in rimessa per gli animali. Solo la chiesa di Santa Giusta era tenuta in condizioni decorose e, come annota con meraviglia il Razzi, “con bell’orologio”. Il palazzo marchesale, molto più modesto dell’attuale per ampiezza e decoro, doveva presentarsi in pessimo stato di manutenzione. Intanto la popolazione continuava a diminuire, la decimavano inesorabilmente i focolai di peste e le malattie endemiche. Nel 1675 il Vescovo di Chieti, Nicolò Radulovich, intervenne presso il Santo Padre per lamentare lo stato di degrado materiale e legale in cui versavano i confratelli della cappella di Sant’Antonio. Lo stesso vescovo, nelle sue visite pastorali, aveva riscontrato, soprattutto nelle aree interne della sua vasta archidiocesi, una paurosa miseria che affliggeva perennemente la vita della popolazione. Egli, fra le cause della povertà, indicava le frequenti incursioni dei briganti, emarginati sociali anch’essi, che imperversavano peraltro in tutto il meridione italiano.

Bisognerà aspettare la metà del 1700 per assistere, come per incanto, ad un’intensissima ripresa dell’attività edilizia sia nella ristrutturazione degli edifici esistenti sia nell’edificazione ex novo di diverse dimore signorili. Spicca fra queste ultime il Palazzo dei Marchesi Bassano. La sua data di edificazione, che ancora oggi è ben visibile incisa sulla chiave di volta nell’arco dell’ingresso principale, è fatta risalire al 1755. L’adiacente e preesistente chiesa di Santa Giusta fu radicalmente rimaneggiata fra il 1750 ed il 1768. Anche la facciata monumentale della Fontana Grande, che all’epoca doveva essere già la fontana pubblica più vicina all’abitato, è datata 1761. L’abbondante portata d’acqua che caratterizzava la fontana, il suo orientamento a Sud-ovest e la sua prossimità ad un piccolo braccio tratturale che si ricongiungeva all’importante tratturo Ateleta-Biferno spinsero i committenti dell’opera a predisporla per usi diversi. Una parte venne destinata ad abbeveratoio per agli animali, ma un’altra, la più monumentale, venne riservata all’uso domestico: approvvigionamento idrico per l’uso domestico delle famiglie e lavaggio in loco dei panni. Non sembra che vi fosse stato realizzato un lavatoio in pietra. Le donne dovevano giungere alla fontana col proprio tino, riscaldare l’acqua in un caldaio e poi procedere al lavaggio. Quest’ultimo utilizzo si è conservato fino agli anni Sessanta del Novecento. Ma torniamo a ragionare sulla committenza e sulle peculiarità del manufatto. Se i Calvitti di Castiglione, come sostiene Vladimiro Furlani, erano considerati, in quel periodo, una vera e propria dinastia di scalpellini fra i più abili delle nostre zone, allora non dovrebbe essere priva di rilevanza, nel 1742, in concomitanza con l’allestimento dei numerosi cantieri edilizi, la presenza di questo cognome fra quelli dei residenti nell’ “Universitas Tufilli”. Non sembrano trascurabili nemmeno altre coincidenze: i conci utilizzati nella facciata di Fontana Grande hanno le stesse caratteristiche di quelli messi in opera per la realizzazione delle lesene (o contrafforti) della facciata di Santa Giusta; la pietra utilizzata per gli architravi sia della porta della chiesa di San Vito (ripristinata nelle forme attuali nel 1768) sia del portale di Santa Giusta, provengono dalla stessa cava da cui vennero estratti alcuni cospicui monoliti adoperati nella costruzione della fontana. Infatti da quella pietra, scelta probabilmente non solo in considerazione della sua facile reperibilità ma anche per la sua duttilità e resistenza, sono stati ricavati sia i lastroni utilizzati per chiudere le vasche per la raccolta dell’acqua sia per decorare la facciata della Fontana. A questo scopo sono stati utilizzati tre grossi blocchi squadrati con cura ed ingentiliti con dei graziosi archetti ciechi.

Assodata la contemporaneità delle quattro opere e considerata l’omogeneità dei materiali impiegati, si può supporre ragionevolmente che anche le maestranze siano state le stesse. Per il momento non si dispongono documenti certi circa la committenza dell’opera. Sappiamo con certezza che l’attuale palazzo comunale venne fatto edificare dal marchese di Tufillo don Carlo Maria Bassano. Sappiamo che l’arciprete Girolamo Larocca si è attribuito il merito di aver portato a compimento il restauro della Chiesa di San Vito: a testimonianza di ciò si può leggere l’iscrizione lapidea, ancora oggi ben visibile, posta sulla facciata della chiesa. Perciò, se non si vuole dare per assodato che Fontana Grande sia stata commissionata dall’Universitas Tufilli, non resta che attribuirla o ai Bassano, Marchesi di Tufillo, o ai Larocca. Che il Marchese disponesse di sufficienti risorse economiche per finanziare l’opera, non dovrebbero esserci dubbi fondati. Lo stesso può affermarsi dei Larocca, una famiglia di Tufillo, che all’epoca poteva annoverare fra suoi membri il notaro Gionata Larocca, il sacerdote Don Giovanni Larocca, Abate di San Biagio e San Martino nel territorio di Carpineto, e l’arciprete Girolamo di cui si è detto. Nel catasto onciario tufillese del 1742, essa risulta, dopo quella del Marchese, la famiglia con maggior reddito.

Si ha notizia anche di un progetto redatto, nel 1816, dal capomastro Carlo di Fonzo, ma s’ignora cosa vi fosse previsto. Si può supporre, viste le modifiche successive, che dovesse riguardare la copertura della vasca esistente e dell’aggiunta degli abbeveratoi laterali. Altri lavori di riparazione sono stati eseguiti nei primi anni del 1900 ad opera del mastro muratore Paolo Ciccarone di Tufillo. Infine, per aumentarne la capienza e per migliorarne la potabilità, venne completamente chiusa. Del resto, in paese, i bisogni idrici aumentavano con l’aumentare della popolazione. Questa, nel corso dell’800 e fino alla metà del ‘900, passò dagli 812 abitanti del 1810, ai 1222 del 1861 e dai 1349 del 1901 ai 1449 del 1951.

Testimonianze

Come si presentava Fontana Grande, la Fondrana, nel 1895. “… mio padre mi mandò a la Fondrana. Là c’era molta frutta e si teneva la legna. La gente che andava lì a fare il bucato, spesso la portava via per bollire la liscivia e bollire i panni. Mi raccomandò di non dare niente a nessuno. Vincenzo aveva quattro anni ed io sette. Vennero anche Ricciotti, Giosuè e Nicola Iacovitti. Diedi loro fichi e susine, ma (essi non si accontentarono) volevano anche della frutta e della legna da portare a casa. Dissi loro che, per ordine di mio padre, non potevo dargliene. All’entrata del campo c’era un grande cancello, attaccato ad un palo. (…). Alla fine del nostro podere c’era la fontana. Dietro la fontana c’era un’altra sorgiva, proprio al confine del podere. Ricciotti scese (dalla strada) e s’inginocchiò per bervi. Dietro la fontana c’era un largo. Le donne ci stendevano i panni. La strada girava. All’incrocio si scendeva per andare alla fontana. I due Iacovitti si fermarono dove un melo selvatico stendeva i suoi rami sulla strada come un ombrello. Era coperto di viti selvatiche e faceva molta ombra. …”

(da Francesco Barisano, Vita ruvida. Inedito)
 

Un racconto degli anni Sessanta del Novecento. In quei tempi, non c’era ancora la conduttura dell’acqua nelle case. Durante la giornata si lavorava in campagna. La notte, dopo cena, si doveva andare alla fontana a prendere l’acqua necessaria per il giorno dopo. Quella volta, era notte tarda, ma c’era la luna. Le strade si vedevano bene. Le ombre degli alberi a volte facevano strane figure. Specialmente quando venivano mosse dal vento. Ed il vento era freddo. Davanti al cimitero ci dava forte. Mi coprivo la faccia col collo della giacchetta e con l’altra mano spesso mi dovevo reggere il cappello. Le raffiche s’insaccavano nelle crepature dei muri e fra i rami delle querce e fischiavano. Facevano un rumore pauroso. L’asino, carico con le varlotte, mi seguiva a forza. Per andare alla Fondrana non c’era altra strada, si doveva passare per necessità vicino al cimitero. Ormai, mia moglie era morta da un paio d’anni. Essa mi diceva sempre: “Non andare di notte a prendere l’acqua. Può uscire qualcuno e può farti del male. Che ne sai tu, di quanti malintenzionati vanno in giro?”. Ma io non l’ascoltavo. “Chi dev’esserci?”, le rispondevo. Certe volte, mentre fiancheggiavo la recinzione del cimitero mi tornavano in mente quelle parole. Anche quella notte, mi tornarono in mente. E proprio mentre ci ripensavo, mi sentii come toccare il braccio. E sentii la sua voce che mi diceva: “Ma perché non mi voi stare a sentire? Di notte devi stare a casa …” Riuscii a non svenire, ma il cuore cominciò a battermi così forte che ne sentivo il rumore. Senza perdere tempo, rigirai l’asino e me ne tornai a casa. Da quella volta non andai più per acqua la notte. (Dal racconto di un vecchio morto negli anni Ottanta)                                                             

     ( testi a cura del Prof. Ernano Marcovecchio)

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