Chiesa di Santa Giusta

IL PORTALE DELLA CHIESA

La chiesa di Santa Giusta va annoverata fra le più antiche di Tufillo.
Alcuni documenti ne attestano l’esistenza a partire dal XIV secolo. Nel corso del tempo, però, l’edificio ha subito notevoli trasformazioni, la più radicale delle quali – come testimonia la data incisa sull’architrave del portale – risale al 1758. Intorno alla metà del Settecento, Tufillo assistette ad una vera e propria rivoluzione urbanistica, di cui restano le più interessanti testimonianze nei pressi dell’attuale Piazza Marconi, l’antico quartiere Piazza, che sorge sul punto più elevato del vecchio nucleo urbano. Il Palazzo marchesale dei Bassano di Tufillo, uno degli esempi più rappresentativi di quel rinnovato fervore edilizio, risale appunto al 1755. La data, ben incisa sulla chiave di volta dell’ingresso principale, non lascia spazio a dubbi. Un altro esempio è la facciata della chiesa di Santa Giusta e Maria, edificata nelle forme attuali nel 1758, con ogni probabilità dai marchesi Bassano di Tufillo, ma sicuramente da loro utilizzata come cappella palatina. Un corridoio unisce ancora oggi il palazzo alla chiesa in corrispondenza di un coretto, dal quale i marchesi, al riparo della plebe, assistevano alle sacre funzioni. Attualmente esso funge da supporto alle canne dell’organo e non è più collegato al corridoio annesso al palazzo. Quando Don Carlo Bassano di Vasto prese formalmente possesso della terra di Tufilli, il 14 gennaio 1655, il suo sguardo dovette imbattersi in edifici di ben altro aspetto e dimensioni. Infatti, se fra Serafino Razzi, nella sua visita a Tufillo del il 29 aprile 1577, descrisse “questa Terra assai civile, con bella chiesa et horologio”[1]; Giovanni Scarapiello, erario dell’illustre Barone Carlo Maria Bassano, ancora nel 1742, faceva registrare sul Catasto onciario dell’unità della terra di Tufillo una “casa palazziata di più membri, … mezza diruta.” La chiesa di Santa Giusta, modesta nelle dimensioni, era assai bella nelle forme. Mentre il palazzo seppur grande non appariva assolutamente adeguato allo status baronale, quindi si provvide a restaurarlo. Oggi, un osservatore attento nota subito il diverso stile architettonico del portale rispetto a quello delle facciate della chiesa e del palazzo. Se queste, nel loro complesso, rimandano chiaramente allo stile tardo barocco settecentesco, il portale mostra tutte le caratteristiche del passaggio dal romanico al gotico, ovvero rimanda a forme architettoniche molto più antiche, presenti in Europa a partire dalla fine del XI secolo. Come si spiega tale contrasto? È ragionevole supporre che l’attuale portale appartenesse alla chiesa preesistente, quella descritta da fra Serafino Razzi. Comparando le caratteristiche del portale di Santa Giusta con quelle riscontrate nelle numerose chiese dei paesi del circondario risalenti al XIII-XIV secolo, conservatesi nelle loro forme originarie, essa alla metà del XVIII secolo si sarebbe dovuta presentare come un edificio ad unica navata, quindi troppo piccolo per essere adibito a cappella di palazzo; perciò venne demolita e ricostruita di sana pianta fra il 1755 ed il 1758. Il portale però, ritenuto degno di essere conservato, venne conservato com’era, anche se ricostruito con qualche piccola difformità in alcuni dettagli delle parti perimetrali. Sono ben visibili infatti: la posizione stravagante di alcuni conci ai lati della gradinata d’ingresso, l’architrave di materiale discordante e lo spazio improprio riscontrabile nel punto di tangenza del sesto acuto dell’arco con la cornice del portale. Tale ipotesi è ben supportata dall’iscrizione scolpita sull’architrave: “TUS FECIT MAGISTER LUCAS D TUFILL / STAURATUM A. DOM. MDCCLVIII”. Mastro Luca da Tufillo fu l’artefice del portale antico, risalente al XIII-XIV secolo. Il monolite calcareo sul quale è inciso il suo nome, invece, è di materiale palesemente diverso da quello usato nella strombatura e nelle restanti parti della facciata; la sua conformazione testimonia la provenienza da una cava non lontana dal paese e sfruttata largamente soltanto intorno alla metà del 1700. Mastro Luca, quindi, è da ritenere l’artefice del portale dell’antica chiesa di Santa Giusta, quella citata nelle visite di fra Serafino Razzi, mentre poco si sa dell’architetto settecentesco. Infine, non si può non rilevare la somiglianza del portale di Santa Giusta di Tufillo con quello della chiesa diruta di San Pietro di Vasto. Anche se con diverse e notevoli varianti di dettaglio, l’impianto architettonico complessivo è quasi sovrapponibile. Tale circostanza potrebbe indurre a supporre che sia esistita, almeno a livello di apprendistato o di bottega, una qualche relazione fra Mastro Luca di Tufillo e Ruggero da Fragenis, autore nel 1293 del portale di San Giuseppe a Vasto e, secondo alcuni, artefice anche di quello di San Pietro. [1] Padre Serafino Razzi, Viaggio in Abruzzo,

DESCRIZIONE DEL PORTALE

Costruito verosimilmente fra il XIV ed il XV secolo, il portale si erge su sette gradini e presenta una pronunciata strombatura, composta da quattro colonne abbinate per lato, intervallate da cornici finemente lavorate, e delimitata lateralmente da due piedritti. Le colonne ed i piedritti sono sormontati da capitelli. La parte superiore del portale è completata da un triplice archivolto inquadrato in una cornice sporgente ed ornata da foglie di acanto. La lunetta, contenente un moderno Cristo benedicente, sovrasta un architrave montato su imposte fissate sui due stipiti. Nello spazio compreso fra la cornice e l’archivolto sono presenti diverse pietre scolpite. Due colonnine per lato sono tortili, cioè decorate con filetti di elica circolare, e due segmentate, ovvero decorate con segmenti uguali di eliche sinistrorse e destrorse contrapposti alternativamente. Le colonnine tortili e segmentate, abbinate in senso sia verticale sia orizzontale, sono state posizionate simmetricamente rispetto alla porta d’ingresso. Inoltre, le loro eliche sono destrorse nel lato destro e sinistrorse nell’altro. Due colonnine segmentate rivolgono gli apici verso l’alto e due verso il basso a seconda che siano poste superiormente o inferiormente alle altre. Combinando la direzione esterno-interno derivante dall’orientamento delle eliche delle tortili con quella verso il basso o verso l’alto indicata dagli apici delle segmentate, le colonnine sembrano accogliere il fedele, seppur in modo simbolico, e ricordargli, nel salire le scale per entrare in chiesa, di distogliere lo sguardo dalle cure terrene e rivolgerlo alle divine. Infatti gli apici delle colonnine segmentate poste verso l’esterno della strombatura indicano il basso, ovvero la dimensione terrena dell’uomo, mentre quelli posti a ridosso della porta indicano l’alto, il Cielo ed il divino. Il piedritto, le cornici e le rispettive quattro colonnine del lato destro sono delle cattive copie di quelli preesistenti e sono state realizzate negli anni cinquanta del Novecento. Gli originali erano stati irrimediabilmente distrutti nei giorni 2-3 e 4 novembre 1943, dai bombardamenti degli alleati nel secondo conflitto mondiale.

La cornice del portale

La parte superiore del portale presenta una cornice rettangolare, quasi un accenno di protiro; di cui il lato minore misura circa un terzo dell’altezza del portale considerato nella sua interezza. La parte interna, sui tre lati, è ornata con foglie di acanto pentalobate, ma i tre lobi centrali risultano marcatamente prominenti rispetto ai laterali. Il modulo si ripete identico in ogni foglia: tre lobi prominenti più due laterali meno accentuati. Ogni foglia, dunque, esprime la simbologia del numero cinque. Questo è considerato dai Pitagorici il segno dell’unione nuziale, il numero intermedio fra l’uno ed il nove e l’unione del principio celeste col principio terreno. Esso, nella simbologia dei teologi medioevali, indica la doppia natura del Cristo: umana (due) e divina (tre). Come si vedrà di seguito, l’insistenza sul numero cinque, nella decorazione della cornice, fa come da eco al significato spirituale della porta che nelle scritture è interpretata spesso come un’allegoria del Cristo.

L'archivolto. Analizzandolo nel suo insieme possiamo dividerlo in tre sezioni: esterna, mediana ed interna. Procedendo dalla più esterna, osserviamo un listello, una modanatura a gola dritta, un nuovo listello di spessore minore, un dentellato continuo, poi un kyma ionico, un ulteriore listello ed infine un’altra modanatura a gola diritta. Il kyma ionico è un elemento architettonico molto raffinato ed è stato molto utilizzato originariamente nelle cornici dei templi greci, in seguito fu ripreso dagli architetti romani e da questi è stato tramandato alle epoche successive. Il kyma ionico presenta delle lancette scolpite in bassorilievo tra due ovuli, mentre i dentelli di forma approssimativamente cubica sono intervallati da piccoli spazi vuoti. Nell’architettura antica gli ovuli sovrastano i dentelli, mentre, nel nostro caso, la loro posizione è invertita: i dentelli risultano scolpiti nella parte più esterna dell’archivolto, ovvero nella direzione opposta a quella indicata dalle lancette frapposte agli ovuli. Il cubo rappresenta il mondo materiale e l’insieme dei quattro elementi (acqua, terra, fuoco, aria) ed è anche assunto a simbolo di saldezza e stabilità. In senso mistico, esso è stato considerato “il simbolo della saggezza, della verità e della perfezione morale”[1], le virtù cardinali come premessa per accedere alla fede. L’inversione del kyma rispetto alla dentellatura non è casuale, ma esprime, coerentemente con la loro disposizione spaziale, un percorso spirituale che inizia dalla simbologia del cubo e termina con quella dell’ovulo. Il cubo e la sfera associati rappresentano la totalità terrena e celeste, creato ed increato, finito ed infinito, il basso e l’alto. Il passaggio della sfera, del cerchio e dell’arco alle forme rettangolari rappresenta simbolicamente l’incarnazione, perché la stessa persona possiede due nature, la divina e l’umana e costituisce il ponte fra il cielo e la terra.[2] L’arco mediano presenta una serie di altorilievi piramidali fra due listelli ed una modanatura a forma di colonna segmentata con gli apici orientati verso il basso. Gli altorilievi piramidali sono presenti – salvo rare eccezioni - in tutti i portali coevi al nostro e sono collocati costantemente nelle fasce più esterne degli archivolti o delle strombature. La loro struttura risultante dalla combinazione del quadrato col triangolo è quella che meglio si adatta a fungere da cerniera fra l’umano ed il divino, fra la terra ed il cielo. Nelle teorie platoniche, il quattro si riferisce alla materializzazione delle idee ed il tre all’idea stessa: il primo esprime i fenomeni e la materia, il secondo le essenze e lo spirito. Secondo Boezio, in linea con le concezioni platoniche, il triangolo equilatero rappresenta la divinità e l’armonia. Altri evidenziano che i quattro triangoli che si formano partendo dalla base quadrata della piramide (il mondo) terminano nell'uno del piramidion (la sommità), ovvero il divino. Dio è uno nella sostanza e tre nel mondo. Del resto, la piramide venne ritenuta anche dalla civiltà egiziana la forma architettonica più adatta in cui conservare le spoglie del faraone, il Dio in terra. Essa rappresenta contemporaneamente sia la contiguità sia la distinzione del Creatore con le creature, fra Dio e l’uomo. In Mesopotamia, lo ziggurat rappresentava una sorta di montagna artificiale costruita in modo tale da favorire la discesa della divinità in terra. Costruito a forma di piramide, esso comprendeva due templi: uno sulla sommità che conteneva una statua del dio venerato ed uno alla base che accoglieva gli ospiti divini. Nella Bibbia il simbolismo della montagna – cui si ricollega quello della piramide - è collegato alla teofania: Dio si è rivelato a Mosè sul Sinai. Sulla montagna si realizza la congiunzione terra-cielo e Dio consegna al popolo ebraico le Tavole della Legge. Le colonnine segmentate orientano i loro apici dall’alto verso il basso, creando un movimento che dal sesto dell’arco si dirige verso la porta; esse rappresentano il Verbo che si fa carne, Dio che si rivela agli uomini per salvarli. L’archivolto interno racchiude, fra due listelli, una modanatura a colonna tortile con le spirali convergenti verso il sesto dell’arco. Secondo una certa tradizione le colonne tortili adornavano il Tempio di Salomone a Gerusalemme. La simbologia della spirale è presente in tutte le civiltà ed esprime l’evoluzione, il passaggio da uno stato ad un altro. “La spirale è un motivo semplice: si tratta di una linea che si avvolge su se stessa, a imitazione delle numerose spirali che s’incontrano in natura. È un motivo aperto ed ottimista: niente di più facile, quando si è partiti da un’estremità della spirale che giungere dall’altra parte”[3] Essa rende manifesto: “il movimento circolare che esce dal punto d’origine; essa mantiene e prolunga all’infinito questo movimento; è il tipo di linea senza fine che collega incessantemente le due estremità del divenire ed esprime emanazione, estensione, sviluppo, continuità ciclica in progresso, rotazione di creazione:”[4] Tale movimento, nel nostro caso, indica all'uomo le cose celesti, il suo creatore, sollevando l'anima verso la luce beatificante.

I gradini.

La gradinata è composta da sette gradini a vista, più un gradino interno, l’ottavo, che da uno pseudovestibolo, posto subito dietro la porta d’ingresso, permette l’accesso alla navata centrale della chiesa. Per quanto non si possa dare per certa l’esistenza dell’ottavo gradino nell’originaria struttura dell’edificio, vale la pena tuttavia esporre dei brevi cenni sull’importanza che esso riveste nella simbologia dei numeri. Né bisogna ritenere vana quest’insistenza sui significati simbolici dei singoli elementi architettonici dell’edificio ecclesiastico, in primo luogo perché esso è prima di tutto il luogo dello spirito, in secondo luogo perché questo tipo di rimandi è presente costantemente nella trattatista medievale cristiana. Ugo di San Vittore, ad esempio, fra i nove modi diversi con cui i numeri acquistano significato, considera anche quello della loro estensione e dice: “il sette, che si estende oltre il sei, indica la quiete dopo l’azione; l’otto l’eternità dopo la mutabilità;…”5] La simbologia del sette è riferita quasi sempre all’idea della conclusione di un ciclo o alla totalità di un insieme in sé compiuto: sette sono i pianeti, sette i giorni della settimana, sette i gradi di perfezione, sette i sacramenti, sette gli ordini angelici ed i colori dell’iride, ecc… L’ottavo giorno segue i sei della creazione ed il settimo del riposo, esso annuncia la vita eterna, la rinascita dell’uomo alla vita eterna. Se il sette rappresenta la totalità e la conclusione di un ciclo, l’otto indica l’inizio di un nuovo ciclo, la rinascita. Nei battisteri delle chiese paleocristiane il fonte battesimale era di forma ottagonale proprio a simbolizzare la rinascita dell’anima del battezzato a nuova vita. Il sette veniva considerato dai trattatisti medioevali la cifra dell’Antico Testamento mentre l’otto corrispondeva al Nuovo. Di particolare interesse è anche la disposizione dei sette gradini rispetto alla strombatura. Il sette, fra i tanti significati, è interpretato anche come la somma delle quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) più le tre teologali (fede, speranza, carità). Potrebbe perciò non essere casuale che i primi quattro gradini risultano situati all’esterno della strombatura, mentre gli ultimi tre sono collocati al suo interno. La strombatura, sembrerebbe segnare il confine fra le virtù praticabili con il lume della ragione e quelle raggiungibili solo attraverso la fede: le virtù cardinali, infatti, possono essere praticate da tutti gli uomini e trovano il loro fondamento nella semplice ragione umana, le virtù teologali, invece, si acquistano ad opera della Grazia divina e si nutrono della fede; solo queste ultime permettono di far parte della chiesa vivente. Simbolicamente, i sette gradini sembrano indicare al fedele l’itinerario che ogni anima dovrà compiere per elevarsi spiritualmente per giungere alla salvezza: innanzi tutto deve tenersi lontana dai vizi e dalle tentazioni della vita terrena attraverso l’esercizio delle virtù cardinali, poi può aspirare alla santificazione praticando le teologali. L’ottavo gradino prefigura, permettendo l’accesso nella casa del Signore, l’ingresso dell’anima - purificata da ogni imperfezione - nel Paradiso, nell’eterna contemplazione di Dio.

La porta.

La porta rappresenta il luogo di passaggio fra due stati, fra due mondi, fra il conosciuto e l’incognito. Essa è l’apertura che permette di entrare e di uscire, dunque il passaggio da un campo all’altro: dalla dimensione profana a quella sacra. Nell’architettura romanica il portale, secondo Burchkardt[6], indica il doppio movimento: quello ascensionale di introdurre le anime nel regno di Dio e quello in senso contrario di lasciar scendere su di esse i messaggi ed i doni divini. Varcare una porta significa cambiare livello, rotta , vita. L’evangelista Giovanni rappresenta Gesù come la porta dalla quale si accede al regno dei Cieli: “Io sono la porta, se qualcuno entra attraverso di me, sarà salvato.”[7] La porta assume in vari autori un significato escatologico. Essa è rappresentata come luogo d’arrivo, simbolo dell’imminenza e della possibilità dell’accesso ad una realtà superiore o, al contrario, della propagazione dei beni celesti sulla terra effusi dalla Divinità. L’evangelista Marco annuncia il ritorno di Cristo sulla terra nelle sembianze di un viandante che bussa alla porta: “Il Figlio dell’uomo è alla porta”.[8] Un’altra citazione delle Scritture ci rende tale simbologia molto più articolata e suggestiva: “Ecco, sono alla porta e chiedo di entrare. Se qualcuno ascolta la mia voce ed apre la porta, io entrerò e consumerò la cena con lui e lui con me”.[9] Le porte di Gerusalemme, citate spesso nei libri della Bibbia, sono state interpretate allegoricamente da molti teologi medioevali, secondo Ugo di Fouilloy, attraverso esse si entra nella chiesa e si accede alla vita eterna. Anche Guglielmo di Saint-Thierry concorda nel ritenere che quelle porte devono essere identificate col Cristo, la porta del cielo, ovvero della casa abitata dal Padre.

Le pietre scolpite fra la cornice e la volta dell’arco

Lo stemma araldico. In alto, sulla destra, è presente uno stemma araldico con scudo tipo a testa di cavallo, fusato in cinque file, con in capo un lambello a tre pendenti. La forma dello scudo ci rimanda al periodo rinascimentale ed i fusi all’arma dei Grimaldi. Il lambello, invece, fu introdotto in Italia intorno al 1265 da Carlo D’Angiò e fu distintivo di parte guelfa. Fu concesso da questo re alle famiglie del regno a Lui devote. Il lambello inoltre indicava il ramo cadetto di una famiglia: Carlo D’Angiò re di Sicilia infatti apparteneva ad un ramo cadetto, essendo egli il decimo figlio di Luigi VIII di Francia.

La stella a dodici punte. Essa si presenta formata da dodici raggi, di cui sei più lunghi e sei più corti, irradiantisi da un punto centrale d’intersezione, evidenziato nel bassorilievo con una leggera protuberanza semisferica. Tale rilievo riporta all’unitarietà l’intera figura. Lo Pseudo Dionigi l’Areopagita ha rappresentato in termini filosofici e mistici il rapporto intercorrente fra l’essere creato e la sua causa attraverso la simbologia del centro: “al centro del cerchio, tutti i raggi coesistono in un’unica unità ed un solo punto contiene in sé tutte le linee rette, unitariamente unificate le une in rapporto alle altre e tutte insieme in rapporto al principio unico dal quale tutte derivano.”[10] La stella viene considerata soprattutto per la sua qualità di essere fonte di luce e di rischiarare il buio notturno. Il suo carattere celeste ne fa anche il simbolo dello spirito, in particolare del conflitto tra le forze spirituali o della luce con le forze materiali o delle tenebre. La stella è interpretata anche come simbolo dell’eternità che illumina l’uomo e con la sua luce gli permette di trovare la giusta rotta. I dodici raggi stanno a significare, secondo la simbologia del dodici, la compiutezza: il numero della Gerusalemme celeste (dodici porte, dodici apostoli e dodici fondamenta), del ciclo liturgico annuale di dodici mesi e della sua espressione cosmica nello zodiaco. Nel contesto in cui è posta sul nostro portale essa rappresenta la luce che rischiara la notte ed indica la via, Gesù che tramite i suoi dodici apostoli conduce gli uomini verso la casa del Padre.

Quadrifoglio con al centro l’occhio del veggente o del cuore.

Immediatamente al di sopra della rosa, sul lato destro del portale, è posta una pietra recante un bassorilievo fitomorfo, costituito da quattro foglie di acanto fornite di cinque lobi, unite al centro – al posto degli stami - dall’occhio del veggente o del cuore, un elemento semisferico tripartito e recante alla sommità un foro. Il simbolismo della foglia di acanto, molto usata nelle decorazioni antiche e medioevali, deriva essenzialmente dagli aculei della pianta. Essa adorna i capitelli, i carri funebri, le vesti dei grandi uomini. Chi è adorno di questa foglia ha superato qualche difficile prova, ha saputo prevalere sull’antica maledizione che incombe su tutta l’umanità: “Il suolo produrrà per te solo spine e cardi.” [11] Le quattro foglie, disposte perpendicolarmente fra loro, rimandano alla simbologia della croce. Il lobo centrale delle foglie, il più lungo, presenta un ripiegamento convergente al centro, verso l’occhio del veggente. Tale ripiegamento crea un movimento circolare ed orienta i bracci della croce verso il simbolo del Padre fattosi Uomo. L’occhio, posto al centro, afferma F. Schoun, è segno sia dell’uomo che vede Dio che dello sguardo di Dio sugli uomini. È sia ciò che unisce Dio all’anima sia il Principio alla sua manifestazione. L’occhio unico, senza palpebra, rappresenta l’essenza e la conoscenza divina[12]. La sua stessa rappresentazione tripartita lo rende inequivocabilmente un simbolo Trinitario.

Il fiore a cinque petali.

l fiore a cinque petali raffigura la rosa canina, quella bianca e selvatica che forma dei grandi cespugli e fiorisce a primavera. In virtù del colore candido e del periodo della sua fioritura i teologi, non solo cristiani, per via analogica le hanno attribuito una molteplicità di significati. Angelus Silesius la considera immagine dell’anima ed anche del Cristo da cui l’anima riceve l’impronta. Un tempo il Papa, nella quarta domenica di Quaresima, benediceva una rosa d’oro quale simbolo di resurrezione e d’immortalità. La Madonna è identificata nella simbologia cristiana come “rosa bellissima” e maggio, il mese delle rose, della rinascita e del pieno risveglio della natura dopo l’inverno è interamente dedicato al culto mariano. Dante Alighieri, non a caso pone “la donna del cielo” al centro della “candida rosa”[13] e nella sua impareggiabile invocazione alla Vergine ricorre ancora una volta alla stessa simbologia: “Nel ventre tuo si raccese l’amore, / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore. / Qui se’ a noi meridiana face / di caritate, e giuso, intra’ mortali, / se’ di speranza fontana vivace.”[14] Questo simbolo è il più utilizzato nel portale, ma fra le pietre scolpite è posto simmetricamente ai lati dell’arco nel punto di tangenza fra il quadrato della cornice e la base dell’arco, quasi a congiungere i due elementi: Qui se’ a noi meridiana face / di caritate, e giuso, intra’ mortali, / se’ di speranza fontana vivace.” Il duplice valore della Vergine, luce splendente di caritate in Paradiso fonte inesauribile di speranza per l’umanità in cammino verso la salvezza, spiega la particolare collocazione del fiore. Esso è l’amore che tutto lega. Infine, esso contiene tutti i significati legati alla simbologia del cinque (vedi descrizione altri elementi).

Figura a cinque foglie con al centro l’occhio del veggente o del cuore.

Per i Pitagorici il cinque - derivando dalla somma del primo dispari (tre) col primo pari (due) - è il numero nuziale ed è segno d’unione. Le cinque foglie, unite all’occhio del veggente, rimandano perciò all’incarnazione del Verbo, all’unione dell’umano (il due) col divino (il tre). Secondo la fisica aristotelica, il due allude al mondo sublunare caratterizzato dalla corruttibilità dei singoli corpi, mentre il tre al mondo celeste luogo in cui i corpi acquistano l’eternità. Le estremità delle singole foglie sono piegate verso destra, quasi ad imprimere alla figura un movimento rotatorio circolare simile ed un vortice. Secondo la fisica aristotelica, molto seguita nel medioevo, il moto circolare è il moto geometricamente perfetto, non ha né inizio né fine. Esso dev’essere realizzato da un elemento esterno, immutabile ed incorruttibile: l’etere. Dante spiegava che Dio, attraverso le intelligenze angeliche, generava il moto dei cieli a partire dal primo mobile, fino a quello della luna. La figura nel suo complesso rappresenta il Principio, il Creatore ed il Regolatore di tutto l’esistente. Egli è il Centro dell’universo ed è rappresentato nella posizione centrale dell’occhio del veggente. Da Lui dipendono tutte le cose create ed increate. Egli è “l’amor che move il sole e l’altre stelle”[15], il motore immobile dell’universo. In uno studio condotto sul portale della chiesa di San Pietro di Vasto, l’autore descrive un bassorilievo fitomorfo scolpito su una pietra come raffigurazione del Principio: “… essa esprime l’dea del movimento di rotazione intorno ad un centro fisso, che è l’elemento essenziale del simbolo in questione; il centro dà movimento – quindi vita – a tutte le cose: la pietra con vortice esprime la vita, o, meglio ancora, la funzione vivificante del Principio in seno al Mondo.”[16]

La strombatura.

Il piedritto esterno del lato destro.

Nelle costruzioni, viene chiamato piedritto qualsiasi elemento verticale con funzione portante. Nel portale esso è posto nella sua parte esterna a sostegno del capitello che sorregge il maggiore degli archivolti. La sua faccia a vista è ornata da una candelabra sormontata da un’ aquila. La candelabra è la composizione a bassorilievo che richiama la forma del candelabro. Essa fu molto presente nell’arte classica e poi largamente riutilizzata nel Rinascimento per ornare colonne, lesene, pilastri, ecc… Fra i primi esempi di candelabre utilizzate nell’arte cristiana possono essere citate quelle risalenti al V secolo nel mosaico che decora la cupola del Battistero Neoniano di Ravenna. L’uso di questa composizione nell’arte paleocristiana rimanda simbolicamente alla Passione di Cristo, alla sofferenza che conduce al riscatto. L’aquila nei Salmi viene presa a simbolo di rigenerazione.[17]”Il Fisiologo ha detto dell’aquila che quando invecchia le si appesantiscono gli occhi e le ali, e la vista le si offusca. Che fa allora? Cerca una fonte d’acqua pura, e vola su nel cielo del sole, e brucia le sue vecchie ali e la caligine dei suoi occhi, e scende alla fonte, e vi si immerge tre volte, e così si rinnova e ridiventa giovane. Allo stesso modo anche tu, o uomo, se porti l’abito dell’uomo vecchio e gli occhi del tuo cuore sono offuscati, cerca la fonte spirituale, il Verbo di Dio che dice: «Hanno abbandonato me, fonte d’acqua viva»[18], e vola su le altezze del Sole della giustizia, Gesù Cristo, e spogliati dell’uomo vecchio e delle sue azioni, e immergiti tre volte nella fonte perenne, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; e spogliati dell’uomo vecchio, cioè del vecchio abito del demonio, e rivestiti dell’uomo nuovo, creato a immagine di Dio, e così anche in te si compirà la profezia di Davide: «Si rinnoverà come quella dell’aquila la giovinezza»”.[19]

La conchiglia.

Il Pecten Jacobaeus o capasanta o conchiglia di San Giacomo è un mollusco bivalve a struttura inequivalve. La valva inferiore, con cui si appoggia al fondo sabbioso del mare, è molto convessa mentre quella superiore è piatta. Nel portale, essa è raffigurata all’estremità superiore delle due cornici che dividono le colonne della parte destra. Sulla prima cornice è raffigurata la valva inferiore della conchiglia, quella convessa, sulla seconda quella superiore. La conchiglia in genere è stata oggetto di una molteplicità d’interpretazioni simboliche e di usi diversi. Nel Fisiologo si trova la seguente interpretazione allegorica: “le due valve della conchiglia, rappresentano il Vecchio ed Nuovo Testamento”. Sempre secondo lo stesso autore, la conchiglia una volta fecondata dall’impalpabile rugiada produce la perla. “La rugiada celeste è lo Spirito Santo che si appoggia lieve sul destino dell’umanità. Le giuntura sono il ventre immacolato di Maria che diede alla luce la perla, il Cristo Salvatore. Egli è la perla perfetta che nasce dall’imperfezione della conchiglia unita alla grazia della rugiada”. La posizione della valva inferiore, nella strombatura, in posizione più esterna rispetto alla valva superiore, sembra ribadire quella simbologia di cui abbiamo parlato in precedenza. Il fedele, entrando in chiesa, nella Casa del Signore, ripercorre la storia della redenzione dell’umanità per mezzo del Verbo rivelato ed incarnato, del Vecchio e poi il Nuovo Testamento. Teologicamente, si sa, la storia umana non è altro che un progressivo avvicinamento alla salvezza. La valva più piccola, di forma vagamente triangolare, coerentemente con la rappresentazione trinitaria neotestamentaria è posta in prossimità della porta della Chiesa. Questa successione di simboli indirizza l’osservatore ad una lettura di tipo escatologico: dopo la caduta, l’umanità ha iniziato il suo progressivo riavvicinamento a Dio ascoltando i profeti, ma solo col sacrificio del Verbo incarnato ha potuto redimersi dal peccato e aspirare nuovamente al Paradiso. Nel corso del medioevo a partire dalla rinascita spirituale del nuovo millennio, mano a mano che si diffuse la pratica del pellegrinaggio alla tomba dell’apostolo Giacomo, nei pressi di Finisterre in Galizia, il pecten, molto diffuso sulle coste della Spagna settentrionale, cominciò a far parte – insieme al bordone, alla bisaccia ed alla zucca vuota - del corredo tipico di ogni pellegrino. Il pellegrinaggio a Santiago, quello a Roma e al Santo Sepolcro, divennero le peregrinationes maiores le più frequentate dalla cristianità occidentale: chiamati rispettivamente pellegrini Giacobei per la tomba di San Giacomo, i Romei per le tombe di Petro e Paolo, i Palmieri per il Santo Sepolcro. La conchiglia, agganciata sulla cappa, divenne il segno distintivo del pellegrino che si recava a Compostela, alla tomba di San Giacomo, da cui prese il nome Jacobaeus. Chi si recava a Roma portava la croce e quelli che si recavano a Gerusalemme la palma. La conchiglia, inoltre, aveva anche una funzione pratica, serviva al viandante per bere e per mangiare. Il pecten Jacobaeus è raffigurato sulle chiese e sulle locande disseminate lungo i sentieri che portano a Compostela, ciò potrebbe aprire un’altre interessante capitolo sullo studio del nostro portale. Sarebbe interessante verificare se in qualche modo s’inserisse lungo qualche percorso Giacobeo. Allo stato attuale ci accontentiamo della semplice ipotesi.

[1] Portal Frédéric, Des couleurs simbolyque, dans l’Antiquité, le Moyen Age et les Temps Modernes, Paris, 1837

[2] G. de Champeaux - S. Sterckx, Introduction au monde des symboles, Paris, 1966

[3] Brion Marcel, Art fantastique, Parigi, 1961

[4] G. de Champeaux – S. Stercks, Introduction au monde des symboles, Parigi, 1966

[5] Ugo da San Vittore, De scripuris et scriptoribus sacris

[6] T. Burchkardt, “je suis la porte”, considerations sur l’iconographie des portails d’église romans, in «Etudes traditionnelles», Parigi, 1963

[7] Giovanni, 10,9

[8] Marco, 13,29

[9] Apocalisse, 3,20

[10] Pseudo Dionigi l’Areopagita, Opere complete, Parigi, 1943.

[11] Genesi, 3,18

[12] F.Schoun, L’Oeil du Coeur, Parigi, 1950

[13] Dante Alighieri, Divina Commedia, (Paradiso, XXXII, 29)

[14] Dante Alighieri, Divina Commedia, (Paradiso, XXXIII, 4-9)

[15] Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII, 145.

[16] Nicola De Pasquale, Pietre che parlano. Teologia, cosmologia, metafisica, musica, politica nel portale della chiesa di sanPietro a Vasto, Editrice Il Novo, Vasto, 1990.

[17] Salmi, 102.5.

[18] Geremia, 2.13.

[19] A cura di Francesco Zambon, Il Fisiologo, Adelphi Edizioni SPA, MI, 1982.

(© foto e testi a cura del Prof. Ernano Marcovecchio)

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